Andrea Molesini

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Il levriero di Tiepolo

Adelphi 2005, pp.339, EURO 22,00

Il levriero di TiepoloIl levriero di Tiepolo è una dichiarazione di poetica. È una teoria sulla lirica precisione della luce, sulle forme e i colori che abitano i luoghi e il tempo del quotidiano, sul dipingere con la scrittura. È una riflessione sul paesaggio, inteso come deposito di conoscenza, incontro di natura e cultura, specchio del sentire umano, della societas e dello ius. È anche la storia della ricerca di un’emozione perduta nel labirinto dei ricordi: l’agnizione di un dettaglio che si fa specchio ed emblema del mistero del tutto. Un libro che parla della memoria che stinge come il colore dei dipinti, dell’energia che piano ci abbandona, dove i temi antichi s’intrecciano ai quotidiani sino a formulare un atto di fede, una nuova Defence of Poetry. In un certo senso la pittura è per Walcott quel che la natura è per Wordsworth.

Walcott scrive poesie lunghe un libro. Omeros conta quasi ottomila esametri, Tiepolo’s Hound circa quattromila. Poesie narrative, dalla trama complessa. Ma, mentre i personaggi di Omeros campeggiano vividi sulla scena del canto, quelli del Tiepolo interagiscono come fossero temi filosofici dibattuti, più che persone in carne e ossa. Le ossessioni di Walcott sono l’esilio, le radici culturali recise, la natura tradita, la cultura imposta, le lingue dell’Europa coloniale che scacciano quelle delle piccole isole addormentate nella bellezza dell’oceano, la riconquista di un’identità destinata a restare, almeno in apparenza, inespugnabile come un mistero religioso: quella dei negri dagli occhi verdi, dei meticci educati dall’università dei colonizzatori.

Dalla Postfazione di Andrea Molesini

INCIPIT:

La domenica passeggiano per Dronningens Street,
passano davanti alla banca e ai piccoli negozi dell’isola

calmi come disegni, sfuggendo al caldo
sotto gli archi danesi finché la strada non finisce

nelle azzurre folate del porto dove, come virgole nel libro
mastro d’un negozio, i gabbiani spuntano la lista delle onde.

Sui barili di merluzzo la luce del mare scrive St.Thomas;
dalla Missione la brezza salata porta il canto degli schiavi

che invocano salvezza da tutti i peccati
in distici rimati nel lamento che risponde alla marea,

l’orizzonte sottolinea le loro origini:
dal ghetto di Braganza i Pissarro fuggirono

i cappucci bianchi dell’Inquisizione fino alle bianche
creste della baia, alla croce di un bianco gabbiano reale

che si ripiega sopra la Missione
salmodiando i versetti dell’Esodo.

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