Andrea Molesini

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Hotel Insonnia

Adelphi 2002, pp. 191, EURO 11,50

Hotel InsonniaIl guaio è che “come poeta il Signore dell’Universo è irrimediabilmente oscuro”. Gli Dei tutto capiscono e sanno, ma non possono intuire cosa significhi essere mortale. A questa mancanza del Logos divino, sia pure in un modo imperfetto, terribilmente umano, pensa la parola poetica: per destare l’invidia degli Immortali, per fermare il gesto di un passante, dell’avventore di un bar, per trattenere la bellezza di quel che trascorre e che sarà comunque dimenticato. Simic assolve il compito con il vigore distratto dei poeti migliori.
Non è facile mettere a fuoco gli antecedenti letterari di un poeta che più di altri sfugge alla schematizzazione storica delle correnti, delle tendenze letterarie. Certe fulminee immagini-nonsense sembrano venire direttamente dagli occhi angosciati eppure incuriositi di un bambino che guarda la guerra da dietro i vetri sporchi di neve (Simic è nato a Belgrado nel 1938). L’imprevedibilità degli umani destini è tragicamente giocosa, ma nel linguaggio trova pace e riscatto. C’è, se non proprio un’affinità stilistica, un amore per poeti come la Dickinson e la Bishop e, in misura minore, Frost e Lowell; ma non mancano nemmeno punti di contatto con alcuni guizzi intuitivi di Cummings e certa visionarietà sudamericana. E nel momento in cui prende le distanze dal Williams più lirico Simic allude, arguto e sfrontato, a una qualche inconfessata amicizia: “Ars poetica: I ate the white chickens and left the red wheelbarrow out in the rain”. Senza volerlo, il lettore italiano lo accosterà ai grandi slavi a noi familiari: Herbert, Milosz e, in particolare, la Szymborska. Accostamenti arbitrari, certo, ma non del tutto impropri, perché l’anima est-europea ha lasciato il segno anche qui: il marchio del profugo, dello scampato al grande mattatoio della Storia, del bambino messo in castigo dietro la lavagna che quasi senza accorgersene è felice della propria solitudine, della sua preziosa diversità. E così sono la sciatteria che tutto banalizza, la vocazione al conformismo, i nemici del suo cantare zingaro dagli ingredienti elementari e dal sentire affilato, divertito, perfetto come l’andare di un gatto.

dalla Postfazione di Andrea Molesini

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