Andrea Molesini

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Sharon Creech, Amo quel cane

Mondadori 2004, pp.102, EURO 9,50

Amo quel caneIl «Non capisco» di Jack denuncia la sua sete di senso, ed è proprio qui che comincia il suo farsi poeta, da qui la voglia di imitare le parole, le frasi degli altri, per giungere alle proprie. […] Fare la parodia – nel senso alto della parola – di Williams, Frost e Myers, icone della poesia americana, cittadini di quella universale, è una magnifica intuizione di Sharon Creech, che riesce a demitizzarne la bellezza, spogliandola della sua aura di sacralità, proprio nel momento in cui la mette sul piedistallo per poterla imitare. Tutto si impara per imitazione, anche a parlare. È il potere, e dunque la responsabilità, che Dio consegna ad Adamo, la Corona della Creazione: “Imponi i nomi a tutte le creature”. Un potere che costituisce il discrimine tra l’uomo e gli animali, e una responsabilità che ogni genitore e insegnante consegna a ogni nuovo Adamo, a ogni bambino. La poesia – dice Auden – loda e consacra tutto ciò che esiste e che accade per il solo fatto che esiste e che accade: proprio per questo, forse, la poesia chiede di essere imitata, come la voce della madre. Non chiede poco, a ben guardare. Ma quel poco, che conquista il piccolo Jack, conquista ogni lettore, anche adulto, mettendolo di fronte a un silenzioso e solenne giuramento di fedeltà alla bellezza, specchio di semplicità e di conoscenza.

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