Andrea Molesini

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“Ogni cosa è senza scopo, ma è avvincente perché la viviamo” (da “Polvere innamorata”, Mondadori 2003)

INTERVISTA AD ANDREA MOLESINI

5 ottobre 2016

 

La solitudine dell’assassino segna il suo ritorno al romanzo dopo una pausa di due anni. Che cosa l’ha spinta a cimentarsi di nuovo in questo genere letterario?

Ho sentito il bisogno di cantare la paura di vivere la vita fino in fondo, che un po’ a tutti tarpa le ali. Serve molto coraggio per adoperare la libertà che spesso, troppo spesso, siamo solo capaci di sognare. L’amicizia che esplode tra Luca Rainer, un quarantenne traduttore di Rilke e di Shakespeare in crisi d’identità, e Carlo Malaguti, un vecchio bibliotecario che, in balia di una sorte avversa, ha ucciso, è un inno alla vita. L’energico protagonista ha ottantun anni, ha coraggio da vendere, rifiuta di autoassolversi, sa che l’oblio del crimine è una scelta disonorevole. Questa è la mia vita – dice Malaguti – non è molto, ma è tutto quello che ho, non c’è altro modo di esserne degno che viverla con passione, per quanto possa essere doloroso.

Nei suoi romanzi l’ambientazione e il territorio sono una parte importante della storia. In questo caso ha scelto Trieste. Come mai?

Trieste è una città stretta tra la roccia e il mare, Venezia è un arcipelago in mezzo alla laguna. La solitudine dell’assassino è un libro dove il mare si respira dappertutto. I due protagonisti, l’omicida Malaguti e il traduttore che si fa detective per portare alla luce il complesso passato del suo nuovo amico, sono l’uno l’onda che entra tra le rocce, l’altro la risacca che torna indietro volvendo ciottoli e conchiglie, arricciando le alghe. Malaguti è la materia del racconto che Rainer, come la risacca, modella e restituisce al mare.

Il suo è un romanzo che offre diversi spunti legati all’attualità. Come è nata l’ispirazione?

Il tema principale è quello della Giustizia. L’Italia di oggi è un paese devastato dall’ingiustizia, il tasso di corruzione pubblica è uno dei più alti del mondo occidentale. “Il male pubblico giunge alla casa di ognuno,” diceva Solone. Malaguti sa che gli uomini non sono fatti per perdonare, ma per dimenticare, e la sua eccezionalità sta proprio nel fatto che rifiuta di dimenticare. Non cerca attenuanti, anzi, pretende una pena sproporzionata al crimine commesso per riscattare e ritrovare l’onore perduto, senza il quale nessun uomo può vivere.

L’assassino deve fare i conti con la solitudine e la paura. È così anche nella vita reale….

La solitudine del protagonista gli viene imposta dal suo coraggio morale, assomiglia, in un certo qual modo, alla cecità sapienziale di Tiresia, il profeta che l’Odissea definisce “l’uomo dalla mente perfetta”. Una delle cose che più mancano in prigione è la solitudine: il tempo e lo spazio privato, intimo. In cella mancano il silenzio e l’orizzonte, il cielo che non ha confine, cioè la gioia di restare soli al cospetto del mistero del tutto. Ma l’uomo che qui ha paura di vivere fino in fondo la propria libertà è Luca Rainer, la voce narrante, il personaggio che si evolve di più nel corso del libro.

Quali caratteristiche deve avere, secondo lei, un romanzo giallo-noir per catturare l’attenzione dei lettori?

Personaggi memorabili, trama chiara, ritmo incalzante. E deve essere scritto bene: le mot juste, la parola opportuna di cui parla Flaubert, è il Credo di ogni narratore, anzi, è il Credo a cui aspira ogni essere umano, magari senza saperlo. Perché non c’è né libertà né bellezza se il linguaggio con cui articoliamo il pensiero è approssimativo: «Il segreto della felicità – dice Malaguti – è la libertà, e quello della libertà il coraggio».

 

 

 

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