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INTERVENTI

OMBRE SACRE [introduzione al DIARIO DEL TRADURRE, "In Forma di Parole", XXVII, 1, 2007]

Le poesie non sono scritte per essere lette, come i romanzi. Una poesia è fatta per essere letta e riletta. È fatta per viverci assieme. Pretende di attraversarci la mente finché la mente non la recita come fosse un ricordo infantile. Le poesie ci sfidano di continuo. Vogliono confondersi con la nostra voce, e forse per questo, senza nemmeno averci provato, qualche volta scopriamo di sapere a memoria intere strofe di poesie con cui abbiamo trascorso del tempo, ma di cui non sospettavamo di ricordare la lettera. In questo la poesia assomiglia alla musica.
Memorizziamo un’aria d’opera anche senza volerlo, così come possiamo essere di continuo sorpresi, senza un motivo, dal ricordo di una melodia. Un verso è una frase che provoca in noi meraviglia e mutamento. Un abracadabra. Una formula magica che vivifica quel che tocca e nomina.
Una poesia esiste perché qualcuno che ha sentito qualcosa fortemente non è riuscito a trattenersi dal parlare. Il guaio è che bisogna tradurla. Perché è sempre stata tradotta. Dovunque, da millenni. Perché siamo sempre stati avidi di formule magiche, di nuovi abracadabra.
Se il traduttore fallisce nello scrivere una poesia, non ha fatto niente. Ma se ha soltanto scritto una poesia, forse non ha fatto abbastanza. Una poesia che sia una traduzione deve anche gettare luce sul suo originale. E se è vero che la poesia ispiratrice resta inviolata nella lingua in cui è stata concepita, è altrettanto vero che l’atto di italianizzarla rappresenta di per sé una forma di violazione, che lascia l’originale a un punto insieme superiore e inferiore a quello di partenza.
Tradurre è un atto d’amore, e l’amore ha ben poco a che fare con il calcolo, la considerazione delle opportunità, il rispetto delle forme. L’amore ha molto a che fare con l’attesa dell’alba, col miracolo che scaccia la tenebra, che strappa le dita del buio dalle gronde delle case, dalle foglie dei rami; ha molto a che fare con la pietà verso la morte dei pochi che si batterono contro molti, con la gratitudine per la luce del giorno e la frescura della notte estiva.
C’è un mormorio segreto che attraversa le cose del mondo. Ogni poeta sa di far parte di quel mormorio. Il bambino che si perde nel bosco conosce quella promessa di fauci feroci. È un mormorio indicibile con cui l’io si confonde. E proprio lì, nel reame dell’indicibile, giace il seme della lirica. Sono grato alla luna perché rischiara la notte, anche questa notte. Sono grato al sole perché si ostina a sorgere, e sono grato alle ombre che attraversano il mio giardino, e ogni altro luogo perduto. È questa la parola chiave: gratitudine. Perché tradurre è anche un gesto religioso, è la consegna di un messaggio cifrato. Niente è più intraducibile di un abracadabra, e niente più dell’intraducibile esige l’impossibile traduzione.
Le poesie qui raccolte si possono dividere in due categorie: traduzioni e imitazioni. Date le premesse, la differenza fra traduzione e imitazione è però labile e arbitraria, e si può riassumere dicendo che nell’imitazione il tasso di infedeltà è tale da rendere il testo ispiratore non immediatamente riconoscibile. Dicendo infedeltà mi riferisco più alla lettera che allo spirito del testo di partenza, ma in poesia lettera e spirito non possono essere contrapposti. Ogni traduzione felice non può essere che un’imitazione. Bisogna tradurre con gli occhi chiusi, come antichi indovini. Perché tradurre è divinare su cose destinate a restare sconosciute.
Il filo che lega queste imitazioni è il tema del distacco, dell’abbandono, della fine delle cose. Il pensiero della morte, lieto e terribile, frastorna l’anima di poeti distanti, uniti dal più singolare dei doni divini: l’orecchio capace di meraviglia.
La poesia – anche quando ci costringe all’amarezza – è un inno all’esistere, sempre: il tentativo del linguaggio di sottrarre le foglie al loro destino. Ombre sacre attraversano il mondo. Il loro respiro ci sorprende, minaccia, lusinga. A quel respiro dobbiamo fedeltà. Assoluta.
Wislawa Szymborska, Letture facoltative, Adelphi 2006, in “Alias”, 01.04.2006

A pochi poeti è dato avere decine di migliaia di lettori, e perlopiù la fortuna di questi pochi è vista, almeno dalla critica, con un certo sospetto. Wislawa Szymborska è un poeta dal valore indiscusso, piace ai buoni lettori, dilettanti (senz’altro i suoi preferiti) o professionisti che siano. Escono ora nella Biblioteca Adelphi le sue Letture facoltative, a cura di Luca Bernardini, tradotte da Valentina Parisi. Questa raccolta di recensioni-feuilleton è benedetta da un tono fresco e gentile nei modi, ma feroce nell’acutezza dello sguardo, nella tersa maestria dello stile secco, rapidissimo. Per la Szymborska ogni libro è un trampolino che aiuta chi legge a spiccare il volo e a riconsiderare gli orizzonti del mondo da un punto di vista inedito, con lo sguardo disturbato dai nuovi pensieri a cui la pagina scritta costringe la mente. Queste Letture parlano di cosmesi, ornitologia, dizionari, di economia domestica, di botanica, di teatro, di romanzo gotico e poliziesco, di mummie, di Milosz, di mostri, di statistica, di Hitchcock e di molte altre straordinarie facezie. Così, chiudendo le sue riflessioni su un libro polacco dedicato alla storia del fumetto, l’autrice racconta di un calzolaio che «con ogni probabilità è da tempo meritatamente in Cielo. Mi chiedo solo se non gli dia noia essere così inattivo. Dopo tutto lo circondano astemi provvisti di ali (e che pertanto non consumano le suole delle scarpe)».
Con grazia suprema, la Szymborska sbeffeggia la vanagloria, la crudeltà e la dabbenaggine della specie umana, che resta comunque, malgré tout, la sua preferita, si presume per un certo qual senso di appartenenza: «Un uomo di Neanderthal, moderatamente prestante, […] perso dietro i suoi pensieri, guarda in lontananza grattandosi la testa pidocchiosa. Non ha la minima idea – come potrebbe averla, del resto? – di star grattando un reperto da museo». I libri presi in esame sono solo uno spunto per riflettere e sorridere sul mondo, abitato da animali notturni e trascurati fiori di campo, da una chiocciola temeraria che ogni giorno rischia nell’attraversare la strada, e dalle stoviglie di principi e re, dai piedi puzzolenti di Luigi XIII, dal valore terapeutico degli abbracci di una certa signora Keating, dai fossili graptoliti e dall’Anno Mille, dal barbagianni e da tante altre dettagliate dicerie che popolano lo scibile. «Con un libro in mano l’Homo ludens è libero», questo è il punto.
«Gli aneddoti sugli uomini illustri costituiscono una lettura corroborante. D’accordo, penserà il lettore, è vero che non ho scoperto il cloroformio, ma non ero neppure l’alunno peggiore della scuola». Parole che introducono un’incalzante riflessione sugli scienziati che hanno, generazione dopo generazione, immesso la loro energia nella corrente del progresso («è un peccato che non possiate vedere la mia smorfia mentre scrivo questa parola», dice altrove l’autrice). Qui spicca la figura di Pettenhoffer: voleva dimostrare che i batteriologi – Koch aveva appena scoperto i vibrioni del colera – erano una stirpe di mitomani, e inghiottì un’intera provetta di microbi. Miracolosamente non si ammalò e poté così pavoneggiarsi per il resto dei suoi giorni. Un mistero per la medicina, non per la psicologia. C’è chi è immune dal contagio dei fatti.
La storia naturale e quella umana sono piene di curiosità che se considerate a mente fredda, semplicemente per quel che sono, non inducono ottimismo, questo no, ma un po’ di buonumore sì. Per esempio, «nel registro del Lord Ciambellano [William Hogarth] figurava come pittore di corte, con uno stipendio annuo di dieci sterline. […] Il reale sterminatore di ratti, che lo seguiva nella lista, ne prendeva quarantacinque. E con ragione. È infatti un’occupazione sgradevole, quella, e irrimediabilmente terrena, senza alcuna prospettiva di gloria postuma». La rapidità, la compattezza non aforistica, con cui la Szymborska narra il mondo, affascina e diverte. La prosa è netta, sbalzata nel metallo del pensiero, e suona naturale come il conversare intelligente di due persone schive che si scambiano rapporti sui misteri del tutto, consapevoli che il grande dispensatore dei destini è il Caso, che dà e prende talenti e fortuna obbedendo solo al suo indecifrabile capriccio; così anche le nostre predilezioni sono, in una certa misura, in balia di quel capriccio: «Per me cantano tutti bene […] Se Pavarotti mi colpisce un poco di più è solo perché in frac sembra un grosso coleottero nero. E io sono particolarmente sensibile al fascino dei coleotteri».
Non manca però, nel corso del libro, la critica amara alla storia polacca, soprattutto alla tragicomica realtà imposta dal socialismo. Così la poetessa, parlando di bricolage, dice: «Di norma, nella seconda stanza la carta da parati risulterà stesa un po’ meglio che nella prima: sempre ammesso che disponiate di una seconda stanza». Ma anche la storia patria dei secoli passati suscita riflessioni desolanti: «Ho letto di una festa data da un senatore genovese in onore di Carlo VI d’Absburgo. Le preziose stoviglie in cui l’imperatore si era degnato di mangiare e di bere vennero gettate in mare al suono delle fanfare. […] Sotto il pelo dell’acqua erano state tese delle reti grazie alle quali il giorno dopo fu possibile salvare dai flutti marini tutte quelle ricchezze. A noi quelle reti fecero difetto, tanto in senso letterale quanto metaforico». Andrebbe però precisato che per chiunque, e non solo per un nobile polacco, sarebbe difficile competere, in questo genere di stratagemmi, con un genovese, senatore per giunta.
Non sorprende che la Szymborska ami gli animali, e tra tutti gli uccelli, «anche perché da secoli svolazzano tra le pagine della poesia polacca». E qui il poeta si commuove per la sorte dei volatili mai menzionati dal cantare umano, soprattutto per quei paria che patiscono l’ostracismo a causa dell’ambiguità del loro nome: «E la moretta? Le è capitato di prestare il suo nome a certe signorine, e da allora non c’è stato più niente da fare. Un poeta che scrivesse: “Alla mia quieta casetta accorrono in volo le morette”, oggi passerebbe per un donnaiolo smargiasso».
Ma è all’ideogramma cinese che Wislawa dedica una delle pagine più felici: «È sciocco vivere a questo mondo senza saper nulla della scrittura cinese. Dopo la lettura del libro di Künstler continuerò a non sapere praticamente nulla, ma questo “nulla” avrà perso il suo significato primordiale per ammantarsi di socratica profondità». Da qui riflessioni a raffica sui vantaggi estetici di quei disegni parlanti che nel corso dei millenni hanno sempre incatenato i poeti a visioni concrete: «Il carattere ideografico della scrittura si rivela sempre un po’ ostile nei confronti dei concetti astratti. […] “Moglie” è donna più ramazza, “amante” donna più flauto. Non so se esista un segno per esprimere l’ideale che qui in Europa cercano d’inculcarci le riviste femminili, una sintesi di ramazza e flauto».
Il sorriso incantato dalla sprezzatura, l’ariosa naturalezza dello scetticismo rimangono a lungo nell’orecchio del lettore, un nettare di amara, inquieta letizia: «Raccomando questo libro a chi, talvolta, ama riflettere un po’ sulle cose».
Emanuel Carnevali, Racconti di un uomo che ha fretta, Fazi 2005, in «Alias», 10.12.2005

«Voglio diventare un poeta americano – dichiara Emanuel Carnevali nel 1917 – perché, nella mia mente, ho ripudiato i modelli italiani di buona letteratura. Non mi piace Carducci, ancor meno D’Annunzio. Degli autori americani ho letto, piuttosto bene, Poe, Whitman, Twain, Harte, London, Oppenheim e Waldo Frank. Credo nel verso libero. Mi sforzo di non essere un imitatore». Parole scritte al direttore di «Poetry», Harriet Monroe, dopo tre anni di vita newyorkese da garzone, spalatore, cameriere. Escono ora, tradotti da Maria Pia Carnevali, i suoi Racconti di un uomo che ha fretta, a cura di Gabriel Cacho Millet, 27 anni dopo Il primo dio – Poesie scelte – Racconti e scritti critici, edito da Adelphi.
Carnevali nasce a Firenze nel 1897, a sedici anni parte per New York per fuggire la vita ordinata che il padre, ragioniere-capo di prefettura, voleva imporgli. Impara l’inglese decifrando le insegne, i cartelloni della pubblicità e – secondo la leggenda – si scopre poeta facendo il lavapiatti in un locale di Manhattan. Spirito impaziente, avido di tutto, si getta nella vita «maledetta» che l’epoca cuciva addosso ai poeti a cui la Stein affibbiò l’etichetta di lost generation. Diventa il «Black Poet» per eccellenza, sposa una ragazza piemontese, vive in un quartiere malfamato, l’East Side. Fra il ’19 e il ’20 fa il vicedirettore di «Poetry»: i sei mesi meno proficui nell’intera storia della rivista, dirà Harriet Monroe. Lascia la moglie, si trasferisce a Chicago. S’innamora dei libri di Papini, scrive poesia americana e traduce dall’italiano. La sifilide lo devasta, ma sarà l’encefalite letargica a menomarlo al punto da costringerlo al ritorno in Italia, nel 1922. Qui smette, quasi, di scrivere: storpiato dal male, trema da non poter reggere la penna. Dopo vent’anni di sofferenza muore, l’11 gennaio 1942, in una clinica neurologica di Bologna, soffocato da un pezzo di pane.
Carnevali getta nel mondo parole che sono bottiglie lanciate dal finestrino di un rapido in corsa. Raccoglie frasi, versi, che lì per lì sembrano alla rinfusa. Che qualche volta sono alla rinfusa. Come un viaggiatore sempre sul punto di perdere l’ultimo treno dell’ultima sera della sua vita. Uno che riempie la valigia senza badare a quel che gli serve, al clima del luogo di arrivo, con un occhio ai minuti che segnano il suo ritardo, e quando finalmente riesce a chiuderla si accorge che da un lato e dall’altro spuntano il lembo di una giacca, il risvolto di un pantalone, ma è tardi, la pendola rintocca, e parte così. Carnevali si abbandona spesso all’ingannevole fascino del parlato, ma altrettanto spesso sa farcirlo di frasi geniali, forti di un’energia autentica, a tratti terribilmente ispirata: «La porta è sporca e bavosa come la bocca di una vecchia che mastichi tabacco», oppure «I fuochi della città sono i caminetti davanti ai quali i vecchi, tragici dèi, siedono per dimenticare com’è complicato il mondo che essi hanno creato». Un periodare ricco di visionarietà infantile, antropomorfica, un po’ da cartone animato: «Una grassa peripatetica ha messo un barattolo di conserva di pomodoro, vuoto, accanto ai lillà sul davanzale. Il barattolo sbadiglia in faccia ai lillà, che sono leggermente inclinati»; «Un tegame d’alluminio brilla come una testa pelata nel buio di un teatro». Peccato solo che più di qualche volta si abbandoni a un espressionismo adolescenziale: «Dalla mia camera una scioccante striscia di luce è una strada illuminata dal sole di una fantastica mezzanotte».
C’è sempre qualcosa di brutalmente asciutto, di gioioso e maligno in quello che scrive: «Era internamente divorata da quel tarlo sempre affamato che è la versione romantica dell’amore». In tutto il primo, feroce racconto che apre il libro, Melania Piano (la zia dell’autore), Carnevali tratteggia i personaggi con sfacciato sarcasmo: «Era ancora allegra e spensierata, ma già materna. Era materna con ogni uomo che si presentasse a lei con il cuore virilmente invaso da nobili dolori». E ancora: «Poi compì trentadue anni. Incontrò un uomo, un soldato, che ne aveva venticinque. Era bello, forte, simpatico, un tipo allegro, un ragazzo viziato, povero e ignorante. Lei aveva un po’ di soldi e glieli diede, per tirarlo fuori dall’esercito dove lui credeva di dover rimanere per sempre, e gli trovò un lavoro; gli insegnò il francese e a distinguere i libri buoni dai cattivi. Lo incivilì, ne fece un uomo di gusto. Lui era intelligente: non volle mai ammettere di doverle tanto».
Un raccontare teso, sempre autobiografico, non rifinito, guidato dal tentativo di essere sincero fino in fondo. Un canto molto privato, forse proprio perché «la disperazione viene sempre da fuori. Il guaio è che non possiamo chiudere sufficientemente bene porte e finestre». Lo sguardo schietto e insofferente del poeta costringe il lettore a commuoversi, a lasciarsi attraversare da una certa pietà, per l’implacabile trascorrere del tempo che travolge ogni destino e umilia ogni creatura: «Al mattino, alzandosi, s’incipriava la faccia. E pazienza, ma ora doveva mettersi troppa cipria. A furia di sgridare i bambini, le due rughe ai lati della bocca s’erano fatte profonde. […] Poi venne il giorno in cui dovette comperarsi tre denti falsi – i denti davanti, i denti davanti! Lui naturalmente se ne accorse. […] Un giorno le disse che l’avrebbe lasciata. Dapprima s’inginocchiò davanti a lui e lo supplicò. Ma poi s’alzò e combatté selvaggiamente, combatté magnificamente, perché combatteva contro la grande disfatta, diventata ormai visibile; guardò in faccia la sua disfatta, e fu un’azione stupenda. // Viene la grande disfatta e alcuni piegano / sul petto la testa / come per il freddo gli uccelli. / E altri mandano il loro povero corpo / a una guerra assurda».
Carnevali organizza la sua prosa come un canto a collage, che assembla in modo frenetico dettagli rubati al mondo sensibile – immagini, suoni, versi, sermoni, didascalie – sul modello di Whitman, suo primo maestro, ma anche di Apollinaire, di Pound, che prima criticò e poi ammirò. Voleva cantare l’indecifrabile, ammaliante energia della strada, ma gli mancarono le forze, la malattia lo travolse. Ebbe però il tempo di edificare un reliquiario dedicato alle icone della sofferenza umana, religiosamente conservate e tuttavia messe alla berlina: «I fanciulli danno il loro amore a tutti, ma agli affamati non ne danno. I bambini sono puri e temono gli occhi orribili degli affamati. I bambini negano il loro amore ai cuori che lo mendicano, perché il loro mondo è un mondo di scambi giusti e felici. E hanno ragione, perché i bambini sono belli».
Si passeggia tra le righe di Carnevali come tra i detriti domestici magicamente accostati in una scatola di Joseph Cornell: qualche volta se ne esce smarriti, ma sempre affascinati. Racconti di un uomo che ha fretta è un libro che non si riesce a smettere di leggere, e leggendolo si soffre con e per un uomo che ha avuto paura di fermarsi, di disciplinare il proprio talento, e che ha vissuto una vita piena di intensa, tragica e improvvisa poesia. Un amore doloroso per il sogno di un grande destino, che Carnevali ha disperatamente corteggiato e che non è mai riuscito a scrivere.
A.E. Housman, Un ragazzo dello Shropshire e altre poesie, Le Lettere 2005, in «Alias», 19.11.2005

Grazie alla forma icastica del verso i luoghi comuni dell’umanità brillano sempre di luce nuova: «Quello che si è spesso pensato, ma mai espresso così bene», dice Pope, appropriandosi di un pensiero di Boileau. Si scrive, dopotutto, perché si deve morire, si scrive contro la morte. Tra i campioni dell’eterno riflettere sulla vanità del tutto c’è Alfred Edward Housman, di cui è uscito, per la prima volta tradotto in italiano, Un ragazzo dello Shropshire e altre poesie, curato da Bianca Tarozzi.
Housman nasce nel 1859 a Bromsgrove, nel Worchestershire. È il maggiore di sette figli. Il padre è avvocato e la madre, Sarah Williams, muore nel giorno in cui Alfred compie dodici anni. Dal 1911 fino alla morte, che lo sorprende nel ’36, insegna latino al Trinity College di Cambridge. Ma se la letteratura latina è la sua sposa fedele, serena ed esibita, la poesia è la sua amante bizzarra, segreta. Come Lewis Carroll, Housman riesce a separare la professionalità scientifica, pubblica, da quella poetica, privata. Nel 1895, a causa di un mal di gola che lo costringe a letto – così racconta, – scrive quasi tutte le poesie che entreranno nella prima raccolta, A Shropshire Lad, che nel ’96 pubblica a sue spese. Nel 1922, l’anno della Waste Land di Eliot, dà alle stampe Last poems, suo secondo e ultimo libro di versi, che in tre mesi vende oltre ventimila copie. Dopo la sua morte il fratello Laurence, onorando una richiesta testamentaria di Alfred, cura l’edizione dei Collected Poems (1939).
Molta recente attenzione – troppa, inutile – è stata dedicata all’incerta omosessualità di Housman. Le poesie del Ragazzo dello Shropshire adombrano spesso la presenza dell’amore inconfessabile che lega i ragazzi fra loro, ma sono ragazzi che vanno alla guerra: si tratta di un sentimento di amicizia appassionata, il cameratismo che affraterna i giovani sottoposti alla stessa disciplina di morte, più che di sessualità proibita. Colpisce la ballata XLIV, segretamente dedicata a Henry Clarkson Maclean, un cadetto diciannovenne che il 6 agosto 1895, pochi mesi dopo il processo e la condanna di Oscar Wilde, avendo scoperto in sé la vocazione omosessuale, preferisce togliersi la vita piuttosto che trascinare altri nel fango: «Il tuo non era un male curabile, / Meglio portarlo con sé nella tomba. // Sì, ci hai pensato, sapevi ragionare, / Hai visto la tua strada e dove andava, / E presto, con saggezza e con coraggio / Hai accostato la pistola alla tempia. […] Salvo dal disonore e dal pericolo, / Senza colpa ritorni alla tua casa».
A dispetto di tanta critica moderna che ancora, con protervia, snobba l’opera poetica di Housman, le poesie di A Shropshire Lad non hanno mai smesso di piacere, e anche oggi è facile trovare il libro sotto gli alberi di Natale. «A Bromsgrove – ricorda la Tarozzi nella prefazione – prospera una Housman Society con affiliati in tutto il mondo. La sua poesia è oggetto di culto mentre le prime edizioni […] vengono contese con l’offerta di elevati prezzi alle aste specializzate». Significativo che diversi compositori – tra cui Ralph Williams e George Butterworth – abbiano messo in musica le sue ballate dal tono elegiaco e lo stile lapidario, incastonato nel metro classico della quartina di tetrametri a una sola rima o a rime alterne, facilmente memorizzabile e dall’indubbia efficacia drammatica. Nella sua paratassi dal rigore latino il poeta cala la facilità del conversare, ma anche citazioni e reminiscenze delle canzoni shakespeariane, delle border ballads, di Milton, dei grandi romantici, e naturalmente del Book of Common Prayer e della Bibbia di King James. Cresciuto nella tradizione anglicana, Housman è un ateo che pratica l’asciutto riserbo degli stoici: in un sonetto di Another Time Auden dice di lui che «scelse la secchezza della polvere, / nascose le lacrime in un cassetto come cartoline licenziose».
Con l’amico Thomas Hardy condivide lo scetticismo religioso dell’epoca post darwiniana, pervaso di smarrimento cosmico, di costernazione esistenziale. La Tarozzi sottolinea la sua doppia natura: «erudito latinista e poeta appassionato, conservatore elitario e irriverente critico, rispettabile professore e reticente omosessuale, confortante pessimista, “ateo anglicano”, sarcastico e romantico, timidissimo commensale e conferenziere brillante». Questa compresenza di contrari si fonde in una conflittualità interiore che sfocia in un’ironia limpida e toccante. Un carpe diem, un memento mori sussurrati, senza enfasi, chiusi nella compostezza della cultura classica, ma sciolti nel fervore di un uomo fedele all’emozione, più che al ragionare. Un poeta dall’understatement sferzante: «Non pensare, ragazzo; stai allegro: / Perché gli uomini dovrebbero affrettare / La propria morte? Il vano parlare / Di vuote teste e lingue sfaccendate / Rende piana la strada accidentata, […] Se i giovani cuori evitassero il pensiero, / Resterebbero giovani per sempre: / Non pensar più; è il pensare / Che porta i giovanotti sottoterra». Ma l’ironia di Housman, di sapore proverbiale, non è quasi mai disgiunta da un senso di pietà che lo avvicina, a tratti, alla sensibilità religiosa, tanto che nel Figlio del falegname sembra di ascoltare, con voce nuova, l’invocazione della Ballade des pendus di François Villon: «Sono qui appeso, ho a destra e a sinistra / Due poveretti impiccati per furto: / La sorte per ciascuno è qui la stessa, / Ma quello al centro è appeso per amore. // Compagni tutti che qui state a guardare, / D’ora in avanti prendete un’altra strada; / Guardatemi e non fate come me: / Compagni tutti, guardatevi dal male».
Una poesia scabra, reticente e appassionata, intrisa di un sapere letterario nascosto dalla scaltra musica del verso, dalla rima felice. Una poesia schietta come il concitato, sommesso, conversare dei pub, in compagnia di una pinta di birra, perché infine – bisbiglia Housman al nostro orecchio distratto – per tenere a bada il pensiero della morte «il malto serve più di Milton».
Antologia della poesia greca contemporanea, Crocetti 2004, in «Alias», 05.02.2005

«Mi sentivo un aristocratico che aveva – dice Odisseas Elitis – il privilegio di chiamare il cielo uranòs e il mare thàlassa, proprio come Saffo, proprio come Romano il Melodo, da migliaia di anni». La lingua greca non è una patria come le altre: lì il mare ha il colore del vino, l’aurora ha le dita di rosa, ed Eros – dio tenace e terribile – ancora custodisce sulle labbra di Ibico, l’antico poeta di Reggio ricantato da Quasimodo, «tutte le voglie che avevo da ragazzo». Una patria devota alla nudità del vero, incantata dalla durezza della res, estranea alle visioni troppo sublimi, distante da tutto ciò che non ha la forza immediata dell’occasione, dalla donna angelo, dal paesaggio stato d’animo, dalla religione della natura. Ma questa fame di essenzialità, di autentico, vigoroso senso del vero, è un’eredità difficile da amministrare per il poeta moderno, e proprio per questo l’Antologia della poesia greca contemporanea, curata da Filippomaria Pontani (figlio di Filippo Maria, il traduttore di Kavafis) e introdotta da Maurizio De Rosa, è una lettura così avvincente. Nel dopoguerra solo Guanda, nel 1957, ha tentato una simile impresa con La poesia greca del Novecento, curata da Mario Vitti.
L’avventura della contemporaneità greca si fa cominciare da Costantino Kavafis (1863-1933), il più grande. Nasce ad Alessandria d’Egitto da genitori greci, studia in Inghilterra, e torna nella città natale a diciotto anni. Lavora come impiegato dell’impero britannico, presso il Servizio delle Irrigazioni, e abita sopra un bordello frequentato dai marinai, in un appartamento illuminato dalle candele. «Parlando della ricezione futura della propria poesia – dice De Rosa – si definisce ‘poeta ultramoderno, un poeta dell’avvenire’, e ravvisa soprattutto ‘nell’entusiasmo rattenuto e nella sottile ironia’ gli elementi che lo renderanno gradito ‘alle generazioni future’. Profezia puntualmente avveratasi». La scelta del curatore non potrebbe presentare meglio al lettore italiano la modernità di questo poeta, che narra se stesso attraverso i personaggi ellenici di ogni epoca, inclusa la presente, dicendo la loro (e la nostra) solitudine, angoscia, indulgenza verso di sé, la resa al piacere proibito, inteso come il solo unguento capace di lenire l’orrore della Storia. Una poesia che racconta la sconfitta dell’uomo prigioniero, costretto a celare le proprie inclinazioni sessuali, dove tanti aneddoti (Plutarco, Filostrato, Diodoro Siculo…) diventano liriche che ritraggono gli eroi nel momento in cui il destino li sbeffeggia, detronizza, e consegna alla polvere. Così una musica che sale dalla strada è per Antonio presagio della fine che lo attende: «Con emozione ascolta e senza preci […] gli strumenti mirabili di quell’arcano tíaso, / e saluta Alessandria, che tu perdi». E Nerone esulta quando l’oracolo di Delfi gli annuncia che deve temere i settantatré anni, perché ne ha appena trenta: «Non si turbò Nerone, nell’udire / il vaticinio delfico […] Ora ritornerà a Roma, un poco stanco, divinamente stanco di quel viaggio, / che fu tutto giornate di piacere, / nei giardini, ai teatri, nei ginnasi… / Sere delle città d’Acaia… Oh gusto, / gusto dei corpi nudi, innanzi tutto… // Così Nerone. Nella Spagna, Galba / segretamente aduna le sue truppe / e le tempra, il vegliardo d’anni settantatré». Siamo tutti esuli in patria, dice Kavafis, tutti condannati a desiderare un destino diverso da quello che la sorte ha segnato per noi, ma ogni via di fuga è illusione: «Hai detto: ‘Andrò per altra terra ed altro mare. / Una città migliore di questa ci sarà. / Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua / giace sepolto, come un morto, il cuore. […] Né terre nuove troverai, né nuovi mari. / Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai: / le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai […] La vita che schiantasti in questa tana / breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari». Difficile immaginare un poeta più moderno, che meglio ritragga il nostro senso di inadeguatezza, la nostra vita di sognatori ridicolizzati da un fato impiegatizio, senza eroismi e, peggio ancora, di uomini privati di ogni virile ironia.
Poesia spesso politica, quella della Grecia di oggi, anche perché intrecciata con la storia della lotta tra la dimotikí (lingua popolare) e la katharèvusa (lingua pura). Poesia sospesa tra l’impegno pubblico e l’eros privato, tra la malinconia, spesso condita dal guizzo umoristico di un diffuso surrealismo, e l’invettiva socio-esistenziale. Non va dimenticato che la guerra civile in Grecia finisce per davvero solo nel 1974, quando cade il regime dei colonnelli che, con un emendamento costituzionale, aveva messo al bando la dimotikí. Difficile dare un’idea dell’enormità della cosa, è come se in Italia la legge ci avesse costretto a sostituire «avvicinati» con «appropinquati». L’Antologia di Crocetti ha il merito di tracciare un panorama molto dettagliato della poesia greca degli ultimi cento anni, e di accostare ai nomi dei grandi, come Giorgio Seferis, Odisseas Elitis, Ghiannis Ritsos, Antonis Fostieris, alcuni minori poco noti ma toccati dal colpo di genio. È il caso di Kriton Athanasulis, autore del Brano dal mio testamento, una delle liriche più intense del libro: «Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo. / Ti lascio il sole che lasciò mio padre / a me. Le stelle brilleranno uguali, e uguali / t’indurranno le notti a dolce sonno, / il mare t’empirà di sogni. Ti lascio / il mio sorriso amareggiato: fanne scialo, / ma non tradirmi. Il mondo è povero / oggi. S’è tanto insanguinato […] Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio / dolce al nostro crepuscolo amaro. / Il pane è fatto pietra, l’acqua fango, / la verità un uccello che non canta. / È questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio / d’essere fiero. Sfòrzati di vivere. / Salta il fosso da solo e fatti libero. / Attendo nuove. È questo che ti lascio».
Ma anche per la Grecia, come per il resto dell’Occidente, la diffusione del verso libero, che Eliot chiamò «la più difficile delle forme», si è rivelata una trappola. I meno dotati, privati della disciplina del metro, finiscono con l’abbandonarsi ai fendenti dell’ego, temibile nemico dell’arte: il vortice degli a-capo semicasuali smorza il vigore del dire, figlio della costrizione. Così tra gli artigiani nati nell’Ottocento, o nei primi decenni del secolo Ventesimo, e i successivi poeti dell’io c’è una differenza che salta all’occhio. Si deve arrivare agli anni Ottanta e Novanta per assistere a un recupero della metrica, scheletro del ritmo, madre dello stile essenziale. I poeti, uccelli rari, sono sempre in cerca di gabbie, i soli luoghi da cui possono cantare. Dice Aris Dikteos: «Ecco uno che ha cantato […] aveva sete di familiarità con il proprio io, / l’ha cercato nel vento, / l’ha inseguito sul mare. // Ecco un uomo inconsolabile […] ha perso se stesso nel bosco delle fonti, / se stesso nel bosco dei latrati».
Un libro dal fascino straordinario, che consegna alla lingua italiana la migliore lirica greca dell’ultimo secolo, riconoscendola come un capitolo importante della storia della poesia universale.
Wislawa Szymborska, Discorso all’Ufficio oggetti smarriti, Adelphi 2004, in “Alias”, 04.09.2004

“Quel che dico non è carino – scrisse Wislawa Szymborska nel 1993, recensendo un libro sugli animali notturni – ma indagare la natura della Natura in genere conduce a conclusioni sgradevoli.” La poesia della Szymborska fa questo di mestiere: studia il giorno qualsiasi di una creatura qualsiasi con la foga appassionata di un collezionista, e i dettagli si rivelano tanto più sorprendenti quanto più sono davanti agli occhi di tutti. “L’ispirazione – disse la poetessa di Cracovia nel discorso in occasione del Premio Nobel (1996) – qualunque cosa sia, nasce da un incessante ‘non so’.” Discorso all’Ufficio oggetti smarriti raccoglie poesie scritte dai primi anni Cinquanta a oggi e tradotte, con maestria straordinaria, da Pietro Marchesani. È un libro a un tempo allegro e straziante, giocoso e terribile. Una meditazione sulla morte che fa sentire un po’ meno soli.
Recita Epitaffio: “Qui giace come virgola antiquata / L’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata / dell’eterno riposo, sebbene la defunta / dai gruppi letterari stesse ben distante. / E anche sulla tomba di meglio non c’è niente / di queste poche rime, d’un gufo e la bardana. / Estrai dalla borsa il tuo personal, passante, / e sulla sorte di Szymborska medita un istante.” Dove si riconosce lo spirito dello sfrontato, divertito epitaffio che Hitchcock aveva scritto per sé: “This is what happens to bad little boys.” Sì, i bambini cattivi muoiono. E anche i fabbri, i fumatori, i non fumatori, gli scienziati, i vagabondi, i ricchi, i poveri, gli atleti, gli storpi, i brutti, i belli, i malandrini. L’onnipotenza del caso fa sorridere, come la nostra limitata intelligenza. Gli esseri umani sono fragile cosa – ripete la Szymborska verso dopo verso – ma possono vedere, raccontare, giocare, ridere con le parole: non è poco, a ben guardare.
Il libro procede per frasi secche, in un ordine che sembra dimentico degli schemi lirici, e lascia il lettore nudo con il dramma che scorre sotto il ghiaccio della superficie, ma gli fa sentire il suono della corrente sotto quella crosta dura. Poesia di una mente invernale, abituata all’asprezza della luce del Nord, al riflesso abbagliante della pianura innevata, al dettaglio inflessibile; una mente che osserva le leggi della Natura con sgomento ammirato. La Natura non conosce pietà, o morale. Di certo, non è socialista. Il nostro bisogno di sentirci qualcuno sembra non interessi alle ere geologiche. La vanità è la materia di cui siamo fatti; l’umorismo l’unguento che ci serve, peccato scarseggi: “Pesanti e dense come colla sunt lacrimae rerum. / Ma tutto questo sta sullo sfondo e solo a lato. / In lui c’è un’orrenda oscurità e in essa un bimbo. // Dio dello humour, fa’ di lui qualcosa alla svelta. / Dio dello humour, fanne qualcosa una buona volta.”
La Szymborska è un poeta dall’anima feroce e cortese, innervata dalla grazia di uno stile muscolare. Dice cose terribili con parole gentili. Teme il caso perché è neutrale, senza giudizio, senza passioni, senza ironia, come la morte: “Un settore di piccole tombe al cimitero. / Noi, i longevi, lo oltrepassiamo furtivi, / come i ricchi oltrepassano i quartieri dei poveri. […] Quello laggiù e quella accanto, e quelli di lato: / prima che riuscissero a crescere fino alla maniglia, / a guastare un orologio, / a fracassare il loro primo vetro.” È la forza del particolare a suscitare sgomento e pietà per il destino di tutti e di ciascuno, per la nostra piccola e persino famigerata voglia di gioire del mondo a dispetto di quel che vi accade. Gioia giusta e perdonabile, dopotutto: “Non so agli altri – / per essere felice e infelice / a me basta e avanza questo: // una dimessa provincia / dove anche le stelle sonnecchiano / e ammiccano nella sua direzione / non significativamente.” Non va dimenticato che “La vita è il solo modo / per coprirsi di foglie, / prendere fiato sulla sabbia, / sollevarsi sulle ali […] e persistere nel non sapere / qualcosa d’importante.”
La cortesia dei non vedenti è forse la poesia più atroce e struggente del libro, lucida come un sasso levigato dalla corrente: “Il poeta legge le poesie ai non vedenti […] Legge – perché ormai è troppo tardi per non farlo – / del ragazzo in giubba gialla su un prato verde, / dei tetti rossi nella valle, calcolabili, / dei numeri mobili sulle maglie dei giocatori / e della sconosciuta nuda sulla porta socchiusa. […] Ma grande è la cortesia dei non vedenti, / grande la comprensione e magnanimità. / Ascoltano, sorridono e applaudono. / Uno di loro persino si avvicina / con il libro aperto alla rovescia, / chiedendo un autografo che non vedrà.”
C’è qualcosa di persino troppo umano in questo modo di parlare il mondo, qualcosa di così schietto da far rabbrividire, così quando “sulla terrazza appare una ragazza, / ah, bella, / troppo bella […] Basia ha sbirciato in preda al panico il marito. / Krystyna ha posato d’istinto la sua mano / su quella di Zbyszek. / Io ho pensato: ti telefonerò, / ti dirò – non venire ancora, / è prevista pioggia per qualche giorno. // Solo Agnieszka, una vedova, / ha accolto la bella con un sorriso.” Una donna non può non pensare: ci sono passata anch’io.
In queste liriche c’è la forza di un predicatore che sentenzia senza essere noioso, che giudica senza condannare, che ride quando non dovrebbe; c’è un vescovo che bestemmia, un barbone che pontifica, un uomo che cerca solo di essere un po’ uomo, e una donna che teme la bellezza della rivale in amore. C’è la verità delle piccole temibili cose che avvengono sotto gli occhi di tutti, un giorno dopo l’altro, che succedono e che non guardano in faccia nessuno, né chiedono di essere capite. Una poesia-saggio, più che una poesia-racconto. Ha l’arguzia di un allegro dopocena fra amici di vecchia data, o di certe battute felici che si sentono al bar; ha la pazienza della signora che serve il tè al matrimonio dell’amica e al funerale del marito. C’è l’irriverente intelligenza di Montaigne e di Auden, c’è la visionarietà calcolatrice di Czeslaw Milosz, c’è la riflessività geometrica e appassionata di Zbigniew Herbert.
Poesie incuranti, all’apparenza, della melodia, perché la loro musica è tutta interiore, sta tutta in quel gelo che riflette la meraviglia per il senso e il non-senso del mondo, sfaccettato e scintillante come un cristallo nella luce del mattino. Una poesia che canta il destino di morte della specie, ma lo fa in un modo solare; una poesia asciutta e disperata come quella di Philip Larkin o di Samuel Beckett, ma più dolce e più ironica, femminile. Una poesia che ricorda, nella fitta maglia dei particolari menzionati, che la vita è fragile, che basta un soffio del Caso a cancellarla: un gradino di legno marcito, un’auto che infila un tornante senza frenare, il passo distratto di un bambino che attraversa la strada e non ha ancora fracassato “il suo primo vetro”. Quell’intervallo tra il primo vagito e l’ultimo respiro è tutto quel che abbiamo: non è molto, forse, ma non c’è un altrove in cui rifugiarsi. Così restiamo soli con quel “non so” che di quando in quando genera, nei prescelti, l’ispirazione.
Adonis, Libro delle metamorfosi e della migrazione..., Mondadori 2004, in “Alias”, 09.10.2004

“Dovrei viaggiare nel paradiso della cenere / tra i suoi alberi nascosti, / nella cenere vi sono fiabe, diamanti e un vello d’oro”. Incomincia così il Libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte di Adonis, uno dei più celebri poeti arabi viventi, tradotto da Fawzi Al Delmi per Mondadori. Poesia che testimonia la voglia di migrare nel giardino di Dio dove sotto la cenere, tra alberi memori di un sacro linguaggio perduto, si trovano le tre cose più preziose: fiabe, diamanti, il vello del mito.
Robert Graves dice che nell’antico Mediterraneo e in parte dell’Europa del nord esisteva una lingua magica usata per invocare e onorare la dea-Luna, la Musa. Questo linguaggio religioso era la lingua della poesia, manomessa dagli invasori asiatici alla fine dell’epoca minoica per giustificare la trasformazione della società matriarcale in una fondata sui padri. In seguito anche la filosofia greca avversò quanto restava della poesia magica, sentita come una minaccia per la moderna religione della logica.
Nella civiltà dell’oggi la luna è un satellite e la donna un cittadino. La musa un concetto. Il serpente, come l’aquila e il leone, è un’attrazione del circo per bambini chiassosi. Il bue, il cinghiale e il salmone sono mangime conservato nei barattoli dei supermercati. Il cavallo e il levriero sono materia di scommesse e la selva – non più oscura – è consegnata alle segherie. I sacri emblemi, che solo a nominarli suscitavano poesia, vengono disonorati dal frastuono del traffico, dall’industria dell’intrattenimento, dalla religione del lavoro che impone al linguaggio il giogo della fretta.
Adonis, il cui vero nome è Ali Ahmad Said Esber, nasce nel 1930 in Siria, a Qassabin, un villaggio di contadini vicino a Latakia. È un poeta, un mago: nomina la luna, e la luna sorge; dice “albero”, e il sussurro della foresta esce dalla pagina. Un cittadino tanto della Natura quanto della Cultura, come solo i migliori sanno essere. È come se la sua voce ci fosse sempre stata, come la pioggia, come la siccità; ma è anche maestro di un linguaggio in evoluzione, specchio della nostra modernità e soprattutto di quella mediorientale, che non dimentica i poeti della tradizione classica araba. Nel 1954 si laurea in filosofia all’università di Damasco ma per sfuggire alla dittatura si trasferisce a Beirut dopo due anni e diventa cittadino libanese. Oggi vive a Parigi.
André Velter, curatore dell’edizione francese dell’opera di Adonis, racconta che il piccolo Ali Ahmad scappò di casa appena dodicenne per raggiungere Latakia, dove il primo presidente della Siria era in visita ufficiale. Secondo l’antico costume, i poeti locali si apprestavano a leggere i propri versi per rendere omaggio all’ospite. Ali cercava di farsi largo tra la folla ma i poliziotti lo bloccarono, allora si mise a strillare finché il Presidente non si accorse di lui e ordinò di lasciarlo recitare. E i suoi versi, i versi di un bambino, fanno ammutolire la folla intera. Per premio viene iscritto al liceo francese di Tartus. E a vent’anni sceglie il nome di Adonis, un dio della sua terra, ma un dio pagano, preislamico.
Nella sua Introduzione alla poetica araba Adonis dichiara che la lettura di Baudelaire gli ha fatto scoprire Abu Nuwas, così come quella di Mallarmé gli ha rivelato il linguaggio di Abu Tammàm. Sono stati Rimbaud, Nerval e il surrealismo ad aprirgli la strada verso la tradizione della mistica araba. “È la modernità occidentale ad averci fatto scoprire la nostra propria modernità, più antica, al di là del nostro sistema politico culturale, basato su un modello occidentale”.
Il tono del Libro delle metamorfosi e della migrazione è alto, icastico, filosofico, a tratti venato da un certo gusto surrealista; un libro dal piglio più visionario che intellettuale: “E quando mi arresi all’isola delle palpebre / ospite delle conchiglie e delle giare, / vidi che il destino era un’anfora / che raccoglie acqua e scintille / e lascia che l’uomo sia / leggenda o fiamma di un mito. // Fui portato sui rami / in una bianca foresta incantata / il cui giorno consacrato alla follia / era la mia città, e la notte alcova.” Lirica coltissima, intessuta di citazioni dissimulate, di simboli romantici come la pietra e la conchiglia di Wordsworth, di immagini che potrebbero essere di Rilke, che però lasciano intatta la scorrevolezza del dire, da noi percepita grazie alla maestria del traduttore. Nelle poesie più lunghe Adonis ci porta a Damasco, a Beirut, o nella Gesira, regione dell’attuale Siria del nord, tra il Tigri e l’Eufrate, dove gli omayyadi hanno combattuto molte battaglie; ci conduce presso Abu Dharr al-Ghafâri, compagno del profeta, o presso i filosofi, i poeti, i mistici del califfato abbaside del IX e del X secolo, al culmine dello splendore della civiltà arabo-islamica. “Shaharayar ancora / porta la spada per la mietitura / e tra le braccia la giara dei venti e l’anfora della cenere. / Shahrazad dimenticò / di illuminare i cammini segreti / nell’orbita delle vene, / dimenticò di illuminare i solchi / tra il volto della vittima / e i passi di Shaharayar”.
“Tutto è una sillaba nel libro del corpo” dice Adonis, “leggo l’orma, l’erba, le palme e un orizzonte / tessuto di brevi sospiri”. Non stupisce, in questo libro, l’assenza della città, del rumore del traffico, del ciangottare nei bar; mentre grande è lo spazio dedicato all’albero, alla notte, all’amore, al tempo che passa, quasi fosse un angelo cinto dalla folgore, ma dal passo leggero: “Bussa, o tempo, bussa / ci vuole la pazienza della pietra / ci vuole l’audacia del sepolcro”. Ma forse è proprio l’ossessione del corpo il centro mistico del canto di Adonis: “Corpo del poeta / corpo del bimbo e del corvo / corpo nel libro, / nei brandelli delle tende, nella porta, / nella pietra che veglia, tra i miei occhi e il libro, / corpo negli angoli, / nel miraggio che si moltiplica sotto gli specchi, corpo che si allontana, / pietra volante che afferra o colpisce il cielo […] dove l’eco non conosce il suo ruolo / dove sul mio prossimo palcoscenico non ho altro che l’eco e / il sipario…”
Una poesia che canta la nostalgia del tempo in cui la luna, notte dopo notte, sorgeva perché era stata chiamata con la grazia opportuna. Una poesia che mette l’uomo di oggi – di Parigi o di Damasco – di fronte alla coscienza di essere solo, cieco e perduto in una foresta di simboli che non sa più decifrare, senza un linguaggio capace di condurlo fuori dalla tenebra: “T’invoco, o fine della notte, / prolùngati e inèbriati / sul mio letto sii / maga, / t’esorto a dire / che cosa dice l’amore all’amante / alla fine delle stagioni”.
Iosif Brodskij, Poesie di Natale, Adelphi 2004, in “Alias”, 04.12.2004

L’inquisitore di Breznev chiese a Iosif Brodskij, accusato di parassitismo: “Ma a lei chi glielo ha detto che è un poeta?” Il poeta rispose: “Nessuno mi ha mai nemmeno detto che appartengo alla specie umana”. Il 31 dicembre del 1971 Brodskij riceve un invito, stilato in segreto dal KGB, a emigrare in Israele. Nel maggio dell’anno successivo l’invito si trasforma in richiesta ufficiale. Brodskij rifiuta e il 4 giugno viene espulso dall’Unione Sovietica. Finisce così il suo tragico rapporto con il potere. Brodskij nasce a Leningrado nel 1940 e incomincia a scrivere poesia a diciotto anni. Anna Achmàtova riconosce subito e incoraggia il suo straordinario talento. Nel 1964 è condannato a cinque anni di lavori forzati; ma dopo aver trascorso venti mesi nell’Arkhangelsk, una remota provincia della Russia del Nord, viene rilasciato grazie all’intensa e sdegnata reazione diplomatica dei maggiori paesi occidentali. Espulso, si stabilisce in America (Annarbour, Manhattan, Massachusetts, Brooklyn) dopo un breve soggiorno a Vienna e Londra. Insegna poesia e letteratura in diverse università americane e a Cambridge, in Inghilterra. Nel 1987 riceve il Nobel per la Letteratura e nel 1991 è nominato Poet Laureate degli Stati Uniti. Muore a Brooklyn nel gennaio del 1996.
“Da quando ho iniziato a scrivere versi seriamente – più o meno seriamente – ho cercato di comporre una poesia per ogni Natale, quasi fosse un augurio di compleanno. Molte volte ho perso l’occasione giusta, l’ho lasciata cadere. Questa o quella circostanza bloccavano la strada”. Così Brodskij, in un’intervista degli anni Novanta, dice delle sue Poesie di Natale, proposte ora dall’Adelphi nella splendida traduzione di Anna Raffetto. Diciotto poesie scritte tra il dicembre del 1962 e quello del 1995, a meno di un mese dalla morte.
Un libro commosso, scherzoso, venato da una triste allegria, da una malinconia sorridente, che celebra l’evento spartiacque del nostro calendario: la nascita di un bambino inviato a salvare il mondo. Un bambino, una madre, un padre putativo, un bue un asino una stella e tre re carichi di doni; una grotta, il deserto, e il vento freddo della notte: personaggi e luoghi che conosciamo da sempre, escono dagli affreschi, dalle icone, dai presepi, dai racconti della nonna e dei parroci, ma qui un poeta russo di origine ebraica li fa rivivere in modo molto diverso, eppure curiosamente simile, a quelli che ci sono familiari. Ed è soprattutto il bambino, il centro del Cosmo e della Storia, quasi un inconsapevole Signore del Tempo, che intrattiene con il mondo un rapporto nuovo, a noi sconosciuto. Su di lui si china il cielo dell’inverno, e la stella più luminosa del firmamento lo guarda, lo veglia, lo guida e consola. Nella grotta il neonato contempla cose spaesate: vede ombre e luci nel bagliore del fuoco, sente l’umido, tiepido respiro dei due animali, gli fa il solletico la paglia, mentre tra le aureole si allunga l’ombra dei magi. Ricorre il numero tre: il bimbo, la stella, la madre; Gesù, Giuseppe, Maria; il bambino stretto tra l’asino e il bue; i tre re in cammino. Ma il mistero della Trinità si rivela in tutte le infinite triadi proposte dalla sorte: “Per un miracolo, quali gli ingredienti? Il vello / del pastore, un pizzico appena di presente, un briciolo / di ieri, e alla manciata del giorno che verrà aggiungi / a occhio una fetta di cielo più quell’assaggio di pura vastità”.
Nella prima parte del libro la rabbia per l’ingiustizia del mondo si dispiega in variazioni sarcastiche e amare, mentre nella seconda, a partire dalla poesia Laguna – 1973, il primo Natale trascorso in esilio – prevale una calda malinconia, mistica e ironica, attraversata da folgoranti guizzi surreali: “Gran baccano / di angeli lontano, sembrano camerieri sciamati fuori / da qualche cucina”.
Brodskij genera continue intuizioni affettive che la maestria della traduttrice riesce a riprodurre con una sorprendente felicità di rima: “Siamo tutti, a Natale, un po’ re Magi. / Negli empori, fanghiglia e affollamento. / Gente carica di mucchi di pacchetti / mette un bancone sotto accerchiamento / per un po’ di croccante al gusto di caffè: / così ciascuno è cammello e insieme re.” E così si apre Ninna-nanna (1992): “Nel deserto ti ho messo al mondo / e una ragione c’è. / Perché lì non vi è nemmeno / l’ombra di un re”.
Belli sono i dettagli carpiti alla tradizione russa, che brillano come gemme su una trapunta: l’incrociatore Aurora alla fonda nel porto di Pietrogrado, il pesciolino d’oro di Puskin, che esaudisce e annulla i desideri sciocchi della moglie di un pescatore, l’orso Toptygin della fiaba di Krylov o la strega Solocha di Gogol’. E nel Discorso sul latte versato, poemetto in rima del 1967, compare la fortezza di Leningrado, Kresty, dove anche Brodskij fu detenuto, immortalata in Requiem (1935-40), lo struggente capolavoro dell’Achmàtova.
“Veleggia nella malinconia indicibile” del libro la presenza del Pasternak di Stella della Natività, scritta in piedi anfìbrachi (breve lunga breve), un metro amato da Brodskij per la sua esibita monotonia e usato nelle poesie di Natale che vanno dal 1988 al 1990. Un metro adatto a bandire la presenza dell’io narrante che il poeta, nel caso dei temi biblici, e in particolare di quelli evangelici, ritiene di cattivo gusto, quasi blasfema: “Quando vieni in contatto con un eroe e il suo dramma devi cercare di capire cosa sia quel dramma, e non il tuo”, dichiarò in un’intervista a Peter Vail. “Immagina tre re, le carovane prossime alla grotta, / anzi tre raggi diretti su una stella, / cigolio di carriaggi, sonagli tintinnanti / (quel bimbo non si è ancora guadagnato // rintocchi di campane nel turchino addensato). / Immagina che per la prima volta, di là dal buio / di uno spazio infinito, Dio ravvisi se stesso nel Figlio / fatto Uomo: un senzatetto in un altro negletto”. E ancora, nella poesia del 1990: “Il cielo invernale sul rifugio era chino / come accade a ciò che è grande col piccino, / vi brillava una stella – ormai non poteva sfuggire / allo sguardo del bimbo, lo doveva seguire”.
Chiude la raccolta la toccante Fuga in Egitto II: “Nella grotta (una qualunque, ma pur sempre / un tetto! Meglio di quattro muri ad angolo retto!) / là, dunque, per tutti e tre c’era tepore; / e di paglia e di stracci si sentiva l’odore. […] La stella guardava dalla soglia. / E l’unico tra loro che sapeva / cosa mai in quello sguardo si celava, / era il bambino; che però taceva”. Dopo queste parole viene la morte terrena del poeta, che si fonde a quel silenzio, alla lingua del Dio bambino, un ventaglio di echi.
Poesie sul mistero dell’attesa, della speranza disciolta nel fiume del tempo e nello spettacolo dell’azione; sul mistero della nascita di un bambino che da sempre, e per sempre, è anche quella di tutti i bambini del mondo. Scaltro e ispirato, questo libro conferma che – come dice Mandel’stam – “la bellezza non è il capriccio di un semidio / ma il colpo d’occhio rapace di un falegname”.

Aggiornato 03 Ott 2006    7813  letture
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